Shakespeare e la luna: dal Sogno di una notte di mezza estate a Otello
La luna nel teatro di Shakespeare: il Sogno di una notte di mezza estate, il personaggio di Chiaro di Luna, la luna incostante di Giulietta e Otello.
Nei drammi di William Shakespeare la luna compare centinaia di volte, sotto forma di immagine, di misura del tempo, di simbolo e perfino di personaggio. Il drammaturgo inglese ereditava un ricco patrimonio di credenze: la luna come astro della castità, della mutevolezza e della follia, ma anche come regina delle maree e delle notti magiche. Seguire le sue apparizioni in alcune opere significa attraversare l'intero immaginario lunare del Rinascimento.
Il Sogno, una commedia sotto la luna
Il Sogno di una notte di mezza estate, scritto probabilmente intorno al 1595-1596, è la commedia lunare per eccellenza. Fin dalla prima scena il tempo è scandito dalla luna: Teseo e Ippolita attendono le nozze, fissate al sorgere della luna nuova, e Ippolita la immagina come un arco d'argento appena teso nel cielo. Gran parte dell'azione si svolge poi di notte, in un bosco vicino ad Atene popolato di fate.
Titania, regina delle fate, attribuisce alla luna, «governess of floods», signora delle acque, la responsabilità delle piogge e delle malattie che affliggono gli uomini a causa della sua lite con Oberon. La luna è qui una potenza naturale e misteriosa, coerente con le credenze del tempo sull'influsso dell'astro sulle maree e sui fluidi del corpo.
Il personaggio di Chiaro di Luna
La trovata più comica della commedia riguarda gli artigiani ateniesi che preparano uno spettacolo per le nozze del duca, la tragica storia di Piramo e Tisbe narrata da Ovidio. Poiché gli amanti si incontrano al chiaro di luna, gli attori dilettanti decidono che qualcuno debba impersonare la luna: il sarto Starveling entra in scena con una lanterna, un cespuglio di spine e un cane.
Quegli oggetti non sono casuali. Secondo una credenza diffusa nell'Inghilterra del tempo, nelle macchie lunari si vedeva l'uomo della luna, un vecchio con un fascio di sterpi e un cane, talvolta identificato con il personaggio biblico punito per aver raccolto legna di sabato. Nell'ultimo atto Teseo pronuncia poi una celebre riflessione: «The lunatic, the lover and the poet / Are of imagination all compact».
La luna incostante e la luna che fa impazzire
In Romeo e Giulietta, nella scena del balcone, Romeo vorrebbe giurare il proprio amore sulla luna che inargenta le cime degli alberi. Giulietta lo ferma: «O, swear not by the moon, th'inconstant moon», non giurare sulla luna incostante, che cambia ogni mese nel suo cerchio, per timore che anche l'amore di lui si riveli altrettanto mutevole.
In Otello la luna diventa invece causa di follia. Dopo l'uccisione di Desdemona, il protagonista attribuisce il disordine del mondo a un errore della luna, che si sarebbe avvicinata alla Terra più del consueto facendo impazzire gli uomini. L'idea riprende un'antica credenza, già diffusa nel mondo greco-romano, da cui deriva anche la parola lunatico.
Castità di Diana, mutevolezza delle fasi, potere sulle acque, legame con la follia e con la fantasia: Shakespeare usa tutte queste valenze con straordinaria libertà, piegandole ora alla comicità, ora alla tragedia. Nei suoi versi la luna non è mai un semplice ornamento, ma un modo per parlare delle passioni umane e dell'instabilità dell'animo.