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La Luna nell'arte e nella poesia · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Astolfo sulla Luna: il senno di Orlando nell'Orlando furioso

Il viaggio di Astolfo sulla Luna nel canto XXXIV dell'Orlando furioso di Ariosto: il carro di Elia, il vallone delle cose perdute e le ampolle del senno.

Tra le invenzioni più celebri della letteratura italiana c'è un vallone sulla Luna dove si raccoglie tutto ciò che gli uomini perdono sulla Terra. Lo immaginò Ludovico Ariosto nel canto XXXIV dell'Orlando furioso, il poema cavalleresco pubblicato a Ferrara nel 1516 e giunto alla forma definitiva, in quarantasei canti, nel 1532. Protagonista dell'episodio è il paladino inglese Astolfo, incaricato di un'impresa singolare: recuperare il senno perduto di Orlando.

Dall'ippogrifo al carro di Elia

Orlando è impazzito per amore di Angelica, che ha sposato il giovane saraceno Medoro. Astolfo, in groppa all'ippogrifo, il cavallo alato del poema, sale fino al Paradiso terrestre, posto in cima a un altissimo monte. Lì lo accoglie san Giovanni Evangelista, che gli spiega come la follia di Orlando sia una punizione divina e come il rimedio si trovi soltanto sulla Luna.

Per raggiungerla i due salgono sul carro di fuoco che, secondo il racconto biblico, aveva rapito in cielo il profeta Elia, trainato da quattro cavalli più rossi della fiamma. Ariosto descrive la Luna come un mondo vero e proprio, con fiumi, laghi, campagne, città e castelli diversi dai nostri: un'immagine che anticipa con fantasia ciò che i telescopi avrebbero suggerito un secolo dopo.

Il vallone delle cose perdute

In un vallone lunare Astolfo trova ammassato ogni bene sciupato dagli uomini. Ci sono la fama che il tempo consuma, le preghiere e i voti dei peccatori, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo perso nel gioco, i vani disegni che non si realizzano mai. Ci sono anche i doni fatti ai potenti per ottenerne favore, raffigurati come ami d'oro e d'argento, e le lodi adulatrici, simili a cicale scoppiate.

Ariosto costruisce così una satira sottile della società del suo tempo. Le corti, i principi, i letterati cortigiani, le ambizioni mondane: tutto finisce lassù, ridotto alla sua vera consistenza. Notevole è ciò che manca: la pazzia. Nel vallone non se ne trova traccia, osserva il poeta con ironia, perché resta tutta quaggiù, sulla Terra, senza mai allontanarsene.

Le ampolle del senno

Il senno umano, invece, abbonda. È conservato in ampolle di diversa grandezza, colmo di un liquido sottile pronto a evaporare se non è ben chiuso. Ognuna porta scritto il nome del proprietario. Astolfo si stupisce nel trovarvi il senno di molti che credeva saggissimi, e scopre perfino una parte del proprio, che si affretta a riprendere aspirandolo.

L'ampolla di Orlando è la più grande di tutte. Astolfo la porta con sé sulla Terra, e nel canto XXXIX, con l'aiuto dei compagni, la fa annusare al paladino, che torna in sé. Nel canto XXXV, intanto, san Giovanni gli mostra un'altra meraviglia lunare: un vecchio che getta i nomi degli uomini nel fiume dell'oblio, da cui pochi cigni ne salvano alcuni.

L'episodio lunare è il luogo in cui Ariosto riflette più apertamente sul senso del proprio poema e sul potere della poesia, capace di sottrarre i nomi all'oblio. Tra fantasia sfrenata e saggezza disincantata, il viaggio di Astolfo ha consegnato alla lingua italiana un'immagine ancora viva: chi perde la ragione, si dice, dovrebbe andarla a cercare sulla Luna.