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La Luna nell'arte e nella poesia · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Dante e il cielo della Luna: macchie lunari e voti mancati

Il primo cielo del Paradiso di Dante: la spiegazione delle macchie lunari data da Beatrice, Piccarda Donati, Costanza d'Altavilla e la leggenda di Caino.

Nella cosmologia che Dante eredita da Aristotele e Tolomeo, la Luna è il primo e il più basso dei cieli che ruotano attorno alla Terra immobile. Con essa ha inizio, nel secondo canto del Paradiso, l'ascesa del poeta verso Dio. Il cielo della Luna occupa i canti dal II al V e unisce in modo esemplare i due volti della terza cantica: la discussione scientifica e filosofica e l'incontro con le anime.

L'ingresso nella perla eterna

Dante e Beatrice entrano nel corpo lunare come un raggio di luce penetra nell'acqua senza dividerla. Il poeta lo chiama «etterna margarita», cioè perla eterna, e si stupisce di come un corpo possa accoglierne un altro. Prima di questo ingresso, all'apertura del canto, Dante avverte i lettori che lo seguono in piccole barche di tornare indietro: solo pochi, nutriti del pane degli angeli, potranno accompagnarlo in mare aperto.

Il problema delle macchie lunari

Dante chiede a Beatrice che cosa siano i segni oscuri visibili sulla Luna, quelli che sulla Terra fanno raccontare di Caino. Già nell'Inferno, al canto XX, aveva alluso alla credenza popolare secondo cui nella Luna si vedrebbe Caino con un fascio di spine, condannato a quell'esilio celeste. Ora il problema diventa scientifico, e il poeta propone la spiegazione che lui stesso aveva sostenuto nel Convivio: le macchie dipenderebbero dalla diversa densità della materia lunare.

Beatrice confuta la tesi con un ragionamento articolato e con un esperimento: tre specchi posti a distanze diverse da una luce rifletterebbero immagini di eguale splendore, anche se di grandezza diversa. La vera causa, spiega, è metafisica. La virtù divina, discendendo attraverso i cieli, si unisce in modo diverso ai diversi corpi celesti, e da questa varia mescolanza nasce la differenza di luminosità.

Piccarda, Costanza e la pace della volontà

Nel canto III appaiono le prime anime beate, così tenui che Dante le scambia per riflessi. Sono gli spiriti che mancarono ai voti religiosi, non per propria colpa ma perché costretti da altri. Parla per prima Piccarda Donati, sorella di Forese e di Corso, sottratta con la forza al monastero delle clarisse per essere data in sposa a scopo politico. Accanto a lei c'è Costanza d'Altavilla, madre dell'imperatore Federico II.

Dante chiede a Piccarda se lei e le altre anime non desiderino un luogo più alto in Paradiso. La risposta è tra le più famose della Commedia: la beatitudine consiste nel conformarsi pienamente alla volontà divina, e dunque nessun beato desidera altro da ciò che ha. Il verso che la riassume è «E 'n la sua volontade è nostra pace». Nei canti IV e V Beatrice approfondisce il tema del voto e della sua possibile commutazione.

Il cielo della Luna mostra il metodo del Paradiso: ogni astro corrisponde a una condizione dell'anima, e la scienza del tempo diventa linguaggio teologico. La Luna, astro mutevole per eccellenza, accoglie le anime la cui volontà fu incostante, ma anche loro partecipano pienamente della gioia. Tre secoli prima del telescopio, la sua luce resta in Dante il segno di un ordine perfetto.