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La Luna nell'arte e nella poesia · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Selene ed Endimione: il sonno eterno nell'arte, da Roma a Canova

Il mito di Selene ed Endimione nell'arte: i sarcofagi romani, l'Endimione col cannocchiale del Guercino, il Sonno di Girodet, Canova e il poema di Keats.

Un giovane pastore addormentato su un monte, una dea che scende ogni notte a contemplarlo: il mito di Selene ed Endimione è una delle storie d'amore lunari più rappresentate nell'arte occidentale. Dagli scultori romani ai pittori del Seicento, fino al neoclassicismo e al romanticismo, il tema ha offerto agli artisti l'occasione di raffigurare il sonno, la bellezza del corpo e la luce della luna come forza amorosa.

Il mito del sonno senza fine

Le fonti antiche raccontano la storia in versioni diverse. Secondo la più diffusa, Endimione era un pastore, o un re dell'Elide, che dormiva in una grotta del monte Latmo, in Caria. Selene, la dea della Luna, si innamorò di lui e ottenne che restasse per sempre giovane e addormentato, così da poterlo visitare ogni notte. Altre versioni attribuiscono il sonno eterno a una scelta dello stesso Endimione o a un dono di Zeus.

Esisteva anche una lettura erudita del mito. Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, ricorda la tradizione secondo cui Endimione sarebbe stato il primo a comprendere i movimenti della Luna: il suo amore per la dea sarebbe dunque l'immagine poetica di lunghe notti passate a osservare il cielo. Questa interpretazione astronomica avrebbe avuto un'eco curiosa nella pittura barocca.

Dai sarcofagi romani al Guercino

Nel II e III secolo d.C. Selene ed Endimione divennero un soggetto frequente sui sarcofagi romani. La dea scende dal suo carro verso il giovane dormiente, spesso accompagnata da amorini e dalla personificazione del Sonno. Su un monumento funebre la scena assumeva un significato consolatorio: la morte appariva come un sonno tranquillo, visitato da una presenza divina. Un esempio celebre, del III secolo, si conserva al Metropolitan Museum di New York.

Nel Seicento il Guercino dipinse un Endimione dormiente, oggi alla Galleria Doria Pamphilj di Roma, in cui il pastore tiene in mano un cannocchiale. Il dettaglio, inconsueto, unisce il mito alla nuova astronomia di Galileo e alla tradizione di Endimione primo osservatore della Luna. Nicolas Poussin, a sua volta, rappresentò Selene ed Endimione in una tela oggi al Detroit Institute of Arts.

Girodet, Canova e Keats

Nel 1791, a Roma, il giovane pittore francese Anne-Louis Girodet dipinse Il sonno di Endimione, oggi al Louvre. Selene non compare come figura: è un raggio di luce lunare che accarezza il corpo del pastore, mentre Zefiro, in forma di fanciullo alato, scosta i rami per lasciarlo passare. L'opera, esposta al Salon del 1793, fu ammirata per la sua luce misteriosa, già vicina alla sensibilità romantica.

Antonio Canova scolpì un Endimione dormiente tra il 1819 e il 1822 per il duca di Devonshire, che lo collocò nella galleria di sculture di Chatsworth, in Inghilterra. Pochi anni prima, nel 1818, John Keats aveva pubblicato il poema Endymion, che si apre con un verso divenuto proverbiale: «A thing of beauty is a joy for ever», una cosa bella è una gioia per sempre.

Attraverso i secoli, il mito di Endimione ha cambiato significato senza perdere fascino. Consolazione funebre per i Romani, allegoria astronomica nel Seicento, esaltazione della bellezza ideale nel neoclassicismo, sogno romantico nell'Ottocento: in ogni epoca la luce di Selene sul giovane addormentato ha espresso il desiderio di una bellezza sottratta al tempo.