«Alla luna» di Leopardi: l'idillio del ricordo e del pianto
L'idillio Alla luna di Giacomo Leopardi, scritto a Recanati nel 1819: la genesi, il titolo originario, i due versi aggiunti nel 1835 e il tema del ricordo.
Sedici endecasillabi sciolti, scritti a Recanati nel 1819, bastano a Giacomo Leopardi per fissare uno dei rapporti più intimi che la poesia italiana abbia mai stabilito con la luna. L'idillio oggi noto come Alla luna nacque nella stessa stagione creativa dell'Infinito, quando il poeta, poco più che ventenne, sperimentava una lirica breve e meditativa, lontana dalle grandi canzoni civili degli anni precedenti.
Dalla «Ricordanza» ad «Alla luna»
Il componimento ebbe in origine un altro titolo, La ricordanza, che ne dichiarava apertamente il tema. Uscì a stampa nel 1825 sul periodico milanese Nuovo Ricoglitore e l'anno seguente nella raccolta Versi, pubblicata a Bologna. Solo più tardi, nell'ordinamento dei Canti, assunse il titolo definitivo, spostando l'accento dal ricordo all'interlocutrice silenziosa a cui il poeta si rivolge.
Nell'edizione napoletana dei Canti del 1835, curata con l'editore Starita, Leopardi aggiunse i due versi che precedono la chiusa, quelli in cui afferma che il ricordare è dolce soprattutto in gioventù, quando la speranza ha un lungo corso e la memoria uno breve. È un ritocco minimo, ma cambia la prospettiva: il poeta maturo guarda al se stesso giovane con un distacco nuovo.
La situazione poetica
La scena è semplicissima. Il poeta torna su un colle, lo stesso dove un anno prima aveva guardato la luna con l'animo pieno d'angoscia, e la ritrova sospesa sopra il bosco, come allora. L'attacco ha il tono di una confidenza: «O graziosa luna, io mi rammento / che, or volge l'anno, sovra questo colle». La luna è un'amica che ha assistito a un dolore e che ora può ascoltarne il racconto.
Le lacrime di allora facevano apparire tremulo e nebuloso il volto dell'astro. Il dolore, confessa il poeta, non è cambiato: la sua vita resta travagliata come un anno prima. Eppure qualcosa è mutato, perché ora quel dolore è anche ricordo, e il ricordo possiede una dolcezza che il presente non ha.
Il paradosso della memoria
Il cuore del testo sta proprio in questo paradosso. Rammentare le pene passate, anche quando non sono finite, procura un piacere sottile. Leopardi tornerà spesso sul tema nello Zibaldone, il grande diario di pensieri che tenne per anni, riflettendo sul fatto che il passato, filtrato dalla memoria, assume una vaghezza poetica che lo rende caro anche quando fu doloroso.
La luna è l'elemento che permette questo passaggio. Immutabile mentre l'uomo cambia, essa fa da punto fermo tra due momenti della vita e consente di misurare la distanza percorsa. Non è un caso che la luna torni in molti altri testi leopardiani, dalla Sera del dì di festa al Tramonto della luna, una delle ultime liriche del poeta.
Breve e quasi sussurrato, Alla luna mostra come Leopardi sapesse trasformare un'esperienza privata in una riflessione universale sul tempo. Accanto al Canto notturno, che anni dopo avrebbe interrogato la stessa luna con domande ben più radicali, questo idillio ne rappresenta il volto più affettuoso: quello di un astro amico, testimone discreto dei dolori e delle speranze di un giovane.