La luna nell'opera lirica: da Haydn a Casta diva e Rusalka
La luna sulla scena lirica: Il mondo della luna di Haydn su libretto di Goldoni, la preghiera Casta diva nella Norma di Bellini e il canto alla luna di Rusalka.
Sul palcoscenico dell'opera la luna ha avuto molti ruoli: luogo immaginario di inganni comici, divinità da invocare, confidente di amori impossibili. Tra il Settecento e l'inizio del Novecento compositori e librettisti se ne servirono per creare atmosfere notturne, ma anche per costruire intere trame. Tre opere in particolare mostrano la varietà di questi usi: una commedia di Haydn, una tragedia di Bellini e una fiaba di Dvořák.
Il mondo della luna di Haydn e Goldoni
Nel 1750 Carlo Goldoni scrisse il libretto di un dramma giocoso intitolato Il mondo della luna, messo in musica a Venezia da Baldassare Galuppi e poi da altri compositori. Il più celebre è Joseph Haydn, che lo musicò per la corte degli Esterházy: l'opera andò in scena il 3 agosto 1777 nel teatro di Eszterháza, in Ungheria, per le nozze di un figlio del principe Nikolaus.
La trama è una beffa. Il finto astronomo Ecclitico, con l'aiuto di un cannocchiale e di un sonnifero, convince il ricco e credulone Buonafede di essere stato trasportato sulla Luna, dove regnerebbero costumi più liberi. Approfittando dell'inganno, i giovani innamorati ottengono il consenso alle nozze che il vecchio aveva negato. La luna diventa così lo specchio satirico delle manie e delle ingenuità terrestri.
Casta diva: la preghiera di Norma
Di tutt'altro tono è la Norma di Vincenzo Bellini, su libretto di Felice Romani, rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831, con Giuditta Pasta nel ruolo della protagonista. L'opera è ambientata nella Gallia occupata dai Romani: Norma è la sacerdotessa dei druidi, legata segretamente al proconsole romano Pollione.
Nel primo atto, durante il rito notturno della raccolta del vischio sacro, Norma si rivolge alla luna, divinità casta, con una preghiera di pace: «Casta diva, che inargenti / queste sacre antiche piante». La lunga melodia, sostenuta da un accompagnamento semplicissimo, è considerata uno dei vertici del belcanto. Nella luna argentea la sacerdotessa cerca la serenità che il suo cuore diviso non riesce a trovare.
Rusalka e il canto alla luna
All'inizio del Novecento la luna diventò confidente d'amore nella Rusalka di Antonín Dvořák, su libretto di Jaroslav Kvapil, rappresentata al Teatro Nazionale di Praga nel marzo del 1901. La protagonista è una ninfa delle acque che si innamora di un principe umano e desidera diventare mortale per stargli accanto, in una vicenda che ricorda la Sirenetta di Andersen.
Nel primo atto Rusalka canta alla luna, che con la sua luce raggiunge ogni luogo, e le chiede di dire al principe che lei lo aspetta e di fargli ricordare il suo amore. L'aria, in lingua ceca, è oggi una delle pagine più amate del repertorio per soprano, e ha fatto conoscere ben oltre i confini della Boemia un'opera radicata nelle fiabe slave.
Da Goldoni a Kvapil, la luna operistica attraversa registri lontanissimi: è il pretesto di una burla, la dea di un culto antico, la messaggera di un amore senza parole. In ciascun caso la musica sfrutta lo stesso potere evocativo dell'astro notturno, capace di sospendere il tempo dell'azione e di aprire uno spazio di contemplazione in cui la voce può espandersi liberamente.