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La Luna nell'arte e nella poesia · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

La luna nella poesia giapponese: dal Kokinshū a Bashō

La luna nella poesia del Giappone: la festa dello tsukimi, la nostalgia di Abe no Nakamaro, la principessa Kaguya, Saigyō e i viaggi lunari di Matsuo Bashō.

Nella poesia giapponese la luna è una presenza costante, e quasi sempre autunnale. Fin dall'epoca Heian, tra il IX e il XII secolo, la contemplazione dell'astro notturno divenne un momento rituale della vita di corte, e da allora i poeti ne hanno fatto il simbolo della nostalgia, della solitudine e della bellezza effimera. Per comprendere questa tradizione occorre partire da un'usanza ancora viva: lo tsukimi, la festa della contemplazione della luna.

Lo tsukimi e la luna d'autunno

Lo tsukimi si celebra nella notte del quindicesimo giorno dell'ottavo mese del calendario lunare tradizionale, quando la luna piena d'autunno è considerata la più bella dell'anno. L'usanza arrivò dalla Cina, dove la stessa notte era dedicata alla festa di metà autunno. Secondo le fonti, gli aristocratici di Heian la osservavano anche riflessa nell'acqua dei laghetti dei giardini o in una coppa di sakè, componendo poesie per l'occasione.

Nell'uso popolare si offrono alla luna dolcetti di riso detti dango, steli di susuki, l'erba della pampa giapponese, e prodotti del raccolto. Nella poesia classica, e poi nell'haiku, la parola tsuki, luna, è un kigo, cioè una parola stagionale: usata da sola, indica l'autunno, mentre le lune delle altre stagioni richiedono una specificazione.

Nostalgia e lontananza

Una delle poesie più famose sulla luna fu scritta lontano dal Giappone. Abe no Nakamaro, giovane funzionario inviato in Cina nel 717 per studiare, vi fece carriera e non riuscì più a tornare in patria. Secondo la tradizione, prima di un tentativo di imbarco compose un breve componimento: guardando la luna sorgere sul mare, si chiedeva se fosse la stessa luna che aveva visto spuntare sul monte Mikasa, a Kasuga, vicino a Nara.

La poesia fu accolta nell'antologia imperiale Kokinshū, compilata all'inizio del X secolo, e più tardi nella raccolta Hyakunin isshu, cento poesie di cento poeti. La luna vi appare come ponte tra due mondi: lo stesso astro brilla sulla terra d'esilio e sulla patria perduta. Alla luna è legata anche la più antica narrazione giapponese in prosa, il Racconto del tagliabambù, in cui la principessa Kaguya, trovata in una canna, torna infine al suo regno lunare.

Saigyō e Bashō, monaci viandanti

Il monaco poeta Saigyō, vissuto tra il 1118 e il 1190, cantò soprattutto i fiori di ciliegio e la luna. In una poesia celebre espresse il desiderio di morire in primavera, sotto i ciliegi in fiore, nel plenilunio del secondo mese: la tradizione vuole che il suo desiderio si sia avverato quasi alla lettera. Per Saigyō la luna era insieme bellezza del mondo e immagine della mente illuminata del buddhismo.

Cinque secoli dopo Matsuo Bashō, maestro dell'haiku, si mise in viaggio più volte per vedere la luna in luoghi celebri. Nel 1687 andò a Kashima, dove la pioggia gli nascose la luna piena, e nel 1688 raggiunse il monte Obasute, nella regione di Sarashina, legato alla leggenda di una vecchia abbandonata sulla montagna. Da quei viaggi nacquero due brevi diari poetici, che uniscono prosa e haiku.

Dalla corte di Heian ai sentieri di Bashō, la luna giapponese non è mai soltanto un oggetto da descrivere. È un'occasione di raccoglimento, una misura del tempo che passa, un segno dell'impermanenza delle cose. Nella brevità delle forme poetiche nipponiche, la sua luce basta spesso da sola a evocare un intero stato d'animo.