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La Luna nella tradizione · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Dalla luna storta al senno di Orlando: la Luna nei modi di dire

Avere la luna storta, chiedere la luna, la luna nel pozzo: origini dei modi di dire lunari, dalla Disciplina clericalis ad Astolfo nell'Orlando furioso.

La lingua italiana custodisce un piccolo catalogo di espressioni legate alla Luna. Diciamo che qualcuno «ha la luna storta» quando è di cattivo umore, che «vive nel mondo della luna» quando è distratto, che «chiede la luna» quando pretende l'impossibile. Dietro queste formule si nascondono credenze antiche sull'influsso lunare, racconti popolari e perfino un celebre episodio della letteratura cavalleresca, che ha fatto della Luna la custode delle cose perdute.

Umori e distrazioni

Le espressioni che collegano la Luna all'umore derivano dall'idea che l'astro agisca sulla mente. «Avere la luna» o «avere la luna di traverso» significa essere irritabili e imprevedibili, come chi un tempo veniva detto lunatico. «Essere nel mondo della luna», invece, indica chi ha la testa altrove, lontano dalle faccende concrete: la Luna diventa il luogo per eccellenza della fantasia, distante e irraggiungibile, dove si rifugiano i sognatori.

Altre formule giocano sulla distanza e sull'impossibilità. «Chiedere la luna» o «promettere la luna» significa domandare o garantire qualcosa che non si potrà mai ottenere; «abbaiare alla luna» vuol dire protestare inutilmente contro ciò che non si può raggiungere, come il cane che ulula al disco lunare senza alcun effetto. Espressioni equivalenti esistono in molte lingue europee, segno di un immaginario comune che precede di molto i viaggi spaziali.

La luna nel pozzo

«Far vedere la luna nel pozzo» significa ingannare qualcuno facendogli credere una cosa impossibile. L'espressione rimanda a un tipo di racconto diffuso in molte tradizioni, in cui uno sciocco scambia il riflesso della Luna nell'acqua per la Luna stessa e cerca di ripescarla, oppure si lascia convincere da un furbo che quel riflesso sia una forma di formaggio. Storie simili si trovano nelle raccolte di novelle medievali, nel folklore orientale e nelle fiabe europee.

Una delle più antiche versioni europee si legge nella Disciplina clericalis, raccolta di racconti esemplari composta all'inizio del XII secolo da Pietro Alfonsi, ebreo convertito di origine iberica: una volpe convince un lupo che il riflesso lunare in fondo a un pozzo sia un formaggio, e riesce così a farlo calare al suo posto. Il racconto passò poi in molte tradizioni letterarie e orali, fino a sedimentarsi nel modo di dire italiano.

Astolfo e il senno di Orlando

L'immagine più famosa della Luna come luogo delle cose perdute viene dall'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, pubblicato nel 1516 e nella versione definitiva nel 1532. Nel trentaquattresimo canto il paladino Astolfo, dopo aver raggiunto il Paradiso terrestre in groppa all'ippogrifo, sale sulla Luna con san Giovanni evangelista sul carro di fuoco del profeta Elia. Lassù trova un vallone in cui si raccoglie tutto ciò che sulla Terra si perde: fama, tempo, promesse, desideri.

Tra queste cose ci sono innumerevoli ampolle piene di senno, ciascuna con il nome del suo proprietario. Astolfo vi riconosce quella di Orlando, impazzito per amore di Angelica, e la riporta sulla Terra per restituirgli la ragione; recupera anche una parte del proprio senno, che non sapeva di aver smarrito. L'episodio, insieme ironico e malinconico, ha fissato nell'immaginario italiano l'idea della Luna come deposito della ragione perduta.

I modi di dire sulla Luna raccontano una storia culturale in miniatura: l'antica fede negli influssi lunari sull'umore, la distanza irraggiungibile del cielo, l'ingenuità punita nelle novelle, la fantasia ironica di un poeta del Rinascimento. Ogni volta che li usiamo, quasi senza pensarci, ripetiamo frammenti di un immaginario che ha attraversato i secoli e le lingue d'Europa.