L'uomo nella Luna: Caino, il fascio di spine e il volto lunare
Le macchie lunari lette come un volto o un uomo: Plutarco, Caino e le spine in Dante, il raccoglitore di legna biblico e la Luna nelle commedie di Shakespeare.
Guardando la Luna piena a occhio nudo si distinguono macchie scure e zone chiare. Oggi sappiamo che le prime sono i mari, vaste pianure di lava solidificata, e le seconde gli altipiani più antichi. Per secoli, però, quelle macchie hanno suggerito figure diverse: un volto, un uomo con un fascio di legna, una donna, una lepre. In Europa la figura più diffusa è stata quella dell'uomo nella Luna, protagonista di leggende religiose, versi letterari e filastrocche.
Il volto della Luna per i filosofi
Già gli antichi si chiedevano che cosa fossero le macchie lunari. Plutarco, tra il I e il II secolo d.C., dedicò alla questione un dialogo, Sul volto che appare nel disco della Luna, in cui i personaggi discutono varie ipotesi: che la Luna sia uno specchio che riflette i mari terrestri, che sia un corpo simile alla Terra con cavità e rilievi, o che sia la dimora delle anime dopo la morte. Il dialogo mescola osservazioni fisiche e mito.
Nel Medioevo il problema tornò nel secondo canto del Paradiso di Dante, dove Beatrice confuta la spiegazione delle macchie basata sulla diversa densità della materia, che lo stesso poeta aveva proposto nel Convivio. Prima della dimostrazione Dante chiede che cosa siano quei «segni bui» che sulla Terra fanno «di Cain favoleggiare altrui». Il riferimento è alla leggenda, diffusa nel Medioevo, secondo cui Caino era stato confinato sulla Luna con un fascio di spine.
Caino e l'uomo del fascio
Dante aveva già accennato alla leggenda nel ventesimo canto dell'Inferno, indicando la Luna con la perifrasi «Caino e le spine». Secondo la tradizione medievale, Caino, condannato a vagare per l'eternità, era stato posto nella Luna con un fascio di rovi sulle spalle, e le macchie lunari ne disegnavano la sagoma. La spiegazione univa la storia biblica del primo omicida con l'osservazione di una forma ricorrente nel disco lunare.
Nell'Europa settentrionale circolava una variante legata a un altro passo biblico. Nel libro dei Numeri si racconta di un uomo sorpreso a raccogliere legna di sabato e punito con la morte; la leggenda popolare lo trasferì sulla Luna, condannato a portare per sempre il suo fascio. In alcune versioni tedesche e inglesi l'uomo è accompagnato da un cane e porta una lanterna, dettagli che entrarono anche nella letteratura.
Shakespeare e Galileo
Il riferimento letterario più celebre si trova nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, composto intorno al 1595. Gli artigiani ateniesi che preparano una recita per le nozze del duca decidono di far interpretare il Chiaro di Luna a un attore con una lanterna, un cespuglio di spine e un cane, proprio gli attributi dell'uomo nella Luna della tradizione popolare inglese. La scena, comica, mostra quanto la leggenda fosse familiare al pubblico del tempo.
Nella Tempesta, scritta intorno al 1611, Stefano, per impressionare Calibano, dichiara di essere stato un tempo l'uomo nella Luna, e Calibano risponde di averlo già visto lassù con il suo cane e il suo cespuglio. Un anno prima, nel 1610, Galileo aveva pubblicato il Sidereus nuncius, mostrando con il cannocchiale che la superficie lunare era ricca di montagne e cavità, e aprendo così una nuova stagione nella comprensione di quelle macchie.
L'uomo nella Luna è un esempio affascinante di come le culture abbiano dato un senso alle forme del cielo. Dalle discussioni di Plutarco alle terzine di Dante, dalle leggende bibliche alle commedie elisabettiane, quelle macchie oscure hanno ospitato colpevoli, viandanti e personaggi comici, prima che il cannocchiale rivelasse un paesaggio di pietra.