Marchio registrato Studio Esoterico CornelioIl Regno della LunaUn sito dello Studio Esoterico Cornelio
La Luna nell'arte e nella poesia · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Leopardi e il Canto notturno: le domande del pastore alla luna

Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia di Leopardi: la fonte di viaggio, il dialogo con la luna silenziosa, il gregge e il tema della noia.

Tra l'ottobre del 1829 e l'aprile del 1830, a Recanati, Giacomo Leopardi compose uno dei testi più alti della poesia europea dell'Ottocento: il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. Pubblicato a Firenze nell'edizione dei Canti del 1831, il componimento affida a un pastore nomade il compito di interrogare la luna sul senso della vita, del dolore e del tempo. La luna non risponde, ma proprio il suo silenzio diventa il centro del canto.

Una fonte inattesa: i pastori dell'Asia centrale

Lo spunto venne a Leopardi da una lettura. Nel Journal des Savants era apparsa una recensione al resoconto di un viaggio compiuto nel 1820 dal barone Meyendorff da Orenburg a Bukhara. Vi si riferiva che alcuni pastori nomadi della regione trascorrevano la notte seduti su una pietra, guardando la luna e improvvisando canti malinconici. Leopardi trasformò quella notizia di viaggio in una situazione poetica universale, valida per ogni uomo e per ogni epoca.

La scelta di un pastore asiatico, lontano nel tempo e nello spazio, non è un vezzo esotico. Leopardi cercava una voce spoglia di erudizione, capace di porre le domande essenziali con la semplicità di chi vive a contatto con la natura. Il pastore non è un filosofo, eppure ragiona come tale: osserva il gregge, il corso degli astri e la propria esistenza, e di tutto chiede ragione.

Il dialogo con una luna silenziosa

Il canto si apre con una domanda rimasta celebre: «Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna?». La luna è chiamata a testimone di un cammino che somiglia a quello umano: sorge la sera, va contemplando i deserti, poi si posa. Il pastore si chiede se anche lei sia stanca di percorrere sempre le stesse vie e se conosca il fine di quel moto incessante.

Segue il paragone più crudo: la vita umana è come la corsa di un vecchio canuto e infermo che, tra sassi, torrenti e tempeste, arriva infine a un abisso orrido in cui precipita e dimentica tutto. «Vergine luna, tale / è la vita mortale», conclude il pastore. La luna, chiamata poco dopo «giovinetta immortal», forse comprende ciò che all'uomo resta oscuro: perché si nasce, perché si soffre, a che cosa serve il tempo che passa.

Il gregge e la noia

Nella seconda parte il pastore si rivolge alle sue pecore. Le vede felici perché ignorano la propria miseria e non conoscono la noia, quel tedio che assale l'uomo anche quando riposa all'ombra, sull'erba. Qui il canto tocca uno dei temi centrali del pensiero leopardiano: la noia come segno della sproporzione tra il desiderio umano, che tende all'infinito, e una realtà sempre limitata.

L'ultima strofa formula un'ipotesi estrema: forse, se avesse ali per volare sopra le nubi, il pastore sarebbe più felice. Ma subito il pensiero si rovescia, e il verso finale suona come una sentenza valida per ogni creatura, uomo o animale, nella culla o nella tana: «è funesto a chi nasce il dì natale».

Il Canto notturno appartiene al gruppo dei cosiddetti grandi idilli, insieme ad A Silvia e alle Ricordanze. La sua luna non è più la confidente della giovinezza, ma un astro remoto e indifferente, la cui bellezza rende ancora più acute le domande. Proprio questa tensione tra incanto e lucidità ha fatto del componimento un punto di riferimento costante per la poesia e la filosofia moderne.