Beethoven e la Sonata «Chiaro di luna»: storia di un titolo
La Sonata op. 27 n. 2 di Beethoven, detta Chiaro di luna: la dedica a Giulietta Guicciardi, i tre movimenti e il soprannome nato da Rellstab dopo la sua morte.
Poche composizioni sono legate alla luna nell'immaginario comune quanto la Sonata per pianoforte n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2 di Ludwig van Beethoven. Eppure il suo autore non la chiamò mai Chiaro di luna. Il titolo con cui è universalmente nota nacque anni dopo la morte del compositore, e la sua storia mostra bene come la luna, nell'Ottocento romantico, fosse diventata quasi il simbolo stesso della musica.
Una sonata quasi una fantasia
Beethoven compose la sonata nel 1801, a Vienna, e la pubblicò nel 1802 insieme alla sonata op. 27 n. 1. Entrambe portano l'indicazione Sonata quasi una fantasia, che segnala una libertà formale insolita: invece di aprire con un movimento rapido e strutturato, la n. 2 comincia con un Adagio sostenuto lento e meditativo. Seguono un breve Allegretto e un Presto agitato di grande violenza, vero culmine dell'opera.
La sonata è dedicata alla giovane contessa Giulietta Guicciardi, allieva di pianoforte di Beethoven, per la quale il compositore nutrì in quegli anni un sentimento intenso, come lascia intendere una lettera all'amico Franz Wegeler. Su questo legame sono fiorite molte romanzerie biografiche, ma la dedica in sé non basta a fare della sonata una confessione amorosa.
Delicatissimamente e senza sordino
Il primo movimento è costruito su un flusso continuo di terzine, sopra il quale si stende una melodia semplice e quasi immobile, mentre il basso scende per gradi. In testa alla partitura Beethoven scrisse in italiano: «Si deve suonare tutto questo pezzo delicatissimamente e senza sordino». Con sordino si indicavano allora gli smorzatori, e l'indicazione chiedeva dunque di lasciar risuonare le corde, creando un alone sonoro.
Sui fortepiani dell'epoca, dal suono più chiaro e meno sostenuto di quello dei pianoforti moderni, quell'effetto produceva una velatura particolare. Gli interpreti discutono ancora su come rendere l'indicazione oggi, con strumenti molto più risonanti. Alcuni studiosi hanno inoltre notato l'affinità del movimento con la scena della morte del Commendatore nel Don Giovanni di Mozart, che Beethoven conosceva bene.
Il lago di Lucerna e la nascita del soprannome
Il nome Chiaro di luna si deve al poeta e critico musicale berlinese Ludwig Rellstab, autore di alcuni testi messi in musica da Schubert. Intorno al 1832, quindi alcuni anni dopo la morte di Beethoven avvenuta nel 1827, Rellstab paragonò il primo movimento all'immagine di una barca che scivola al chiaro di luna sul lago dei Quattro Cantoni, presso Lucerna.
L'immagine ebbe un successo straordinario. Gli editori la adottarono, e nel giro di pochi decenni il soprannome Mondscheinsonate divenne di uso comune in Germania e poi in tutta Europa. Non tutti l'apprezzarono: già nell'Ottocento qualche commentatore osservò che il drammatico finale, con le sue tempeste di arpeggi, aveva ben poco di lunare.
La vicenda del titolo dice molto sul gusto romantico. Per gli ascoltatori dell'Ottocento la luna era l'emblema della malinconia, del sogno e dell'interiorità, e la musica strumentale sembrava il linguaggio più adatto a esprimerle. Chiamare Chiaro di luna questa sonata significò leggerla attraverso quella sensibilità: un'interpretazione arbitraria, ma talmente suggestiva da diventare parte della sua storia.