Artemide, la cacciatrice che divenne signora della Luna
Come Artemide, sorella di Apollo e signora degli animali, acquisì tratti lunari: Delo, Efeso, la festa di Munichia e l'inno di Callimaco.
Nell'immaginario moderno Artemide con la falce di luna tra i capelli sembra un'immagine ovvia. Eppure la dea più antica non era lunare. Era la vergine cacciatrice dei boschi e delle montagne, protettrice degli animali selvatici e delle soglie della vita femminile. Il legame con la Luna si costruì lentamente, attraverso secoli di riflessione religiosa e filosofica, e la sua storia permette di capire come gli dèi greci cambiassero volto nel tempo.
La gemella di Apollo
Secondo il mito Artemide era figlia di Zeus e di Leto e sorella gemella di Apollo. Leto, perseguitata dalla gelosia di Era, trovò rifugio sull'isola di Delo, che divenne uno dei grandi santuari panellenici. Nell'Iliade Artemide è chiamata potnia theron, «signora degli animali», un titolo che rimanda a figure divine molto più antiche, attestate nell'arte dell'Egeo con una dea tra due belve.
Il suo mondo era quello dei margini: boschi, paludi, montagne, ma anche i passaggi della vita delle ragazze verso il matrimonio e il parto. A Brauron, in Attica, le bambine ateniesi servivano la dea in un rito chiamato arkteia, durante il quale venivano dette «orse». Il rito si svolgeva in un santuario presso la costa orientale dell'Attica, dove gli scavi hanno restituito piccoli vasi con fanciulle che corrono o danzano. Nulla, in questi culti arcaici, rimanda esplicitamente alla Luna.
Come nacque la dea lunare
Il passaggio avvenne quando, tra l'età classica e quella ellenistica, Apollo fu identificato sempre più spesso con Elio, il Sole. Per simmetria la sorella gemella venne accostata a Selene. Il processo fu favorito dai filosofi e dai poeti dotti, che amavano leggere gli dèi come immagini di forze naturali, e dalla diffusione di epiteti come Febe, «la luminosa», e Fosforo, «portatrice di luce».
Un indizio concreto viene da Atene. La festa di Artemide Munichia, al Pireo, si celebrava nel mese di Munichione, e secondo le fonti antiche le venivano offerte focacce circondate da piccole fiaccole accese, dette amphiphontes, «che brillano tutt'intorno». Diversi autori collegavano quelle luci alla Luna piena. È un esempio di come un culto più antico potesse caricarsi, col tempo, di significati astrali.
Efeso e l'inno di Callimaco
Il santuario più grandioso della dea fu l'Artemision di Efeso, annoverato tra le sette meraviglie del mondo. Secondo Plutarco fu dato alle fiamme nel 356 a.C. da un uomo di nome Erostrato, desideroso di rendere immortale il proprio nome, nella stessa notte in cui nacque Alessandro Magno. L'Artemide efesina, con la sua iconografia singolare, era tuttavia una dea di origine anatolica, diversa per molti aspetti dalla cacciatrice greca.
Nel III secolo a.C. Callimaco compose un Inno ad Artemide in cui la dea bambina chiede a Zeus arco, frecce e verginità perpetua. Da qui l'immagine di Artemide passò a Roma, dove si fuse con Diana. Quando oggi la vediamo con la falce lunare, guardiamo il risultato di una lunga stratificazione: una cacciatrice arcaica alla quale la cultura greca, poco per volta, affidò anche il cielo notturno. Le due immagini, la cacciatrice e la Luna, non si escludono: entrambe parlano di una dea lontana, pura e luminosa, che sorveglia ciò che sta fuori dalla città.