I quartodecimani: quando la Pasqua cristiana seguiva il 14 di Nisan
La controversia quartodecimana: le Chiese d'Asia e il 14 di Nisan, Policarpo e Aniceto, papa Vittore, Policrate di Efeso, Ireneo e la scelta di Nicea.
Nei primi secoli del cristianesimo non tutti celebravano la Pasqua di domenica. Molte comunità dell'Asia Minore la festeggiavano il quattordicesimo giorno del mese lunare di Nisan, la data in cui gli Ebrei immolavano l'agnello pasquale, qualunque fosse il giorno della settimana. Per questo furono chiamati quartodecimani, dal latino quartus decimus. La disputa che ne nacque fu il primo grande conflitto cristiano sul calendario, e mostra quanto fosse delicato il legame con la Luna.
Due tradizioni a confronto
Le comunità d'Asia, con centri come Efeso e Smirne, si richiamavano a una tradizione che facevano risalire all'apostolo Giovanni. Per loro la Pasqua commemorava soprattutto la passione e la morte di Cristo, e il digiuno si interrompeva il 14 di Nisan. Roma e gran parte delle altre Chiese celebravano invece la festa la domenica successiva, giorno della risurrezione, mantenendo il legame con la luna di primavera ma non con la data esatta.
Il 14 di Nisan dipendeva dal calendario ebraico e quindi dalla Luna: era la vigilia del plenilunio di primavera. Celebrare in quella data significava di fatto affidare la festa cristiana al computo delle comunità ebraiche, e proprio questo aspetto divenne nei secoli successivi uno degli argomenti più usati contro la pratica quartodecimana da parte dei suoi oppositori.
Policarpo, Aniceto e Vittore
Lo storico Eusebio di Cesarea, nel quinto libro della Storia ecclesiastica, conserva i documenti principali della controversia. Riferisce, citando una lettera di Ireneo, che verso la metà del II secolo il vescovo Policarpo di Smirne si recò a Roma e discusse la questione con il vescovo Aniceto. Nessuno dei due riuscì a convincere l'altro, ma si separarono in pace, e Aniceto concesse a Policarpo di celebrare l'eucaristia nella sua Chiesa.
Verso la fine dello stesso secolo, il vescovo di Roma Vittore tentò di imporre l'uso domenicale e minacciò di escludere dalla comunione le Chiese d'Asia. Il vescovo Policrate di Efeso rispose con una lettera, anch'essa riportata da Eusebio, in cui difendeva la tradizione ricevuta dagli apostoli. Ireneo di Lione intervenne invitando Vittore alla moderazione e ricordando proprio l'esempio di Policarpo e Aniceto.
La fine della controversia
Nel 325 il concilio di Nicea sancì l'unità della data pasquale. La lettera dell'imperatore Costantino alle Chiese, riferita da Eusebio nella Vita di Costantino, insiste sull'opportunità di non dipendere dal computo ebraico. Da quel momento chi continuava a seguire il 14 di Nisan fu considerato separato dalla Chiesa, e le comunità quartodecimane si ridussero progressivamente fino a scomparire.
La disputa lasciò tracce importanti. Spinse le Chiese a elaborare tavole pasquali autonome, basate su cicli lunari propri, e quindi a sviluppare quel sapere astronomico che diventerà il computus medievale. Al tempo stesso conservò, nella regola definitiva, il legame originario con il plenilunio di primavera: la Pasqua cristiana resta una festa lunare, nata accanto a quella ebraica.
Ancora oggi le differenze tra la Pasqua cattolica e quella ortodossa riaprono, in forma diversa, l'antica domanda dei quartodecimani: chi decide quale Luna seguire. La risposta dei primi secoli fu insieme teologica e pratica, e dimostra che un calendario non è mai soltanto un fatto tecnico. È un patto tra comunità, che stabilisce quando e insieme a chi celebrare.