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Calendari lunari · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il calendario babilonese: mesi lunari e mesi intercalari in Mesopotamia

Come i Babilonesi contavano il tempo con la Luna: i mesi da Nisannu ad Addaru, il primo crescente, i mesi intercalari e il ciclo dei diciannove anni.

Nella Mesopotamia del primo millennio a.C. il mese cominciava la sera in cui, dopo il tramonto, compariva a occidente il primo sottile crescente lunare. Il calendario babilonese era lunisolare: seguiva la Luna per i mesi, ma doveva restare agganciato alle stagioni, perché le feste e i lavori agricoli dipendevano dalle piene dei fiumi e dai raccolti. Da questo compromesso tra due astri nacque uno dei sistemi di misura del tempo più influenti dell'antichità, ereditato in parte da Ebrei, Persiani e Greci.

I dodici mesi e il primo crescente

Nella forma babilonese standard i mesi si chiamavano Nisannu, Ayyaru, Simanu, Du'uzu, Abu, Ululu, Tashritu, Arahsamnu, Kislimu, Tebetu, Shabatu e Addaru. L'anno iniziava in primavera con Nisannu, il mese della grande festa dell'Akitu celebrata a Babilonia in onore di Marduk. Ogni mese durava 29 o 30 giorni: se la sera del trentesimo giorno il crescente non si vedeva, il mese successivo cominciava comunque, perché un mese lunare non può superare i trenta giorni.

L'osservazione del crescente non era una semplice formalità. Gli scribi misuravano l'intervallo tra il tramonto del Sole e quello della Luna e, nelle tavolette che oggi chiamiamo diari astronomici, conservate in gran parte al British Museum, annotavano notte dopo notte la posizione della Luna e dei pianeti, il tempo atmosferico e perfino i prezzi delle merci. Il diario più antico datato con sicurezza risale al 652 a.C., e la serie prosegue fino al I secolo a.C.

Il problema del mese in più

Dodici mesi lunari fanno circa 354 giorni, undici in meno dell'anno solare. Senza correzioni, Nisannu sarebbe scivolato in pochi decenni dalla primavera all'inverno. Per evitarlo si aggiungeva di tanto in tanto un tredicesimo mese, un secondo Addaru alla fine dell'anno oppure un secondo Ululu a metà. In epoca paleobabilonese la decisione spettava al re: tra le lettere attribuite a Hammurabi ve n'è una che annuncia l'inserimento di un secondo Ululu.

Per secoli l'intercalazione rimase empirica, legata all'osservazione del cielo e in particolare alla posizione della Luna rispetto alle Pleiadi o alla levata di certe stelle. Il compendio astronomico noto con il nome di MUL.APIN, la cui redazione risale almeno all'inizio del primo millennio a.C., contiene appunto regole di questo tipo, che permettevano di capire se l'anno fosse in ritardo rispetto al Sole.

La regola dei diciannove anni

Tra il VI e il IV secolo a.C. gli astronomi babilonesi arrivarono a uno schema fisso: sette mesi intercalari ogni diciannove anni, quasi sempre un secondo Addaru e, in un anno preciso del ciclo, un secondo Ululu. Lo schema sfruttava una coincidenza numerica notevole: 235 mesi lunari durano quasi esattamente quanto 19 anni solari. In Grecia la stessa relazione è legata al nome di Metone di Atene, ma non sappiamo con certezza se i Greci la ricavarono da fonti mesopotamiche.

Questa regolarità rese possibile datare documenti e prevedere le feste con anni di anticipo. Gli astronomi dell'età seleucide, attivi nei templi di Babilonia e di Uruk, svilupparono su questa base metodi matematici per calcolare la visibilità del crescente e le eclissi, oggi studiati come una delle prime forme di astronomia predittiva della storia.

L'eredità di quel sistema è ancora visibile. I nomi dei mesi ebraici, come Nisan, Sivan, Tammuz, Av, Elul e Tishri, derivano direttamente da quelli babilonesi, adottati dagli Ebrei durante e dopo l'esilio. E la scelta di affidare l'inizio del mese alla vista del primo crescente sopravvive nel calendario islamico. Cercare la Luna nuova al tramonto è un gesto che gli scribi di Babilonia avrebbero riconosciuto subito.