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La Luna nella tradizione · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Le ventotto mansioni lunari della tradizione araba

Le manazil al-qamar, le ventotto dimore della Luna: dalle stelle dei beduini all'astronomia islamica, dal Picatrix ad Agrippa e ai nomi delle stelle.

La Luna impiega poco più di ventisette giorni per tornare davanti alle stesse stelle. Molte culture hanno diviso questo percorso in stazioni, una per ogni notte: i nakshatra dell'India, gli xiu della Cina e le manazil al-qamar, le «dimore della Luna», degli Arabi. Queste ultime, attraverso le traduzioni medievali, arrivarono in Europa con il nome di mansioni lunari e divennero uno dei temi più caratteristici della tradizione astrologica e magica occidentale.

Dalle stelle dei beduini all'astronomia

Prima dell'Islam, le popolazioni della penisola arabica osservavano il sorgere e il tramontare di determinate stelle all'alba, il sistema dei cosiddetti anwa', per prevedere le piogge e scandire le stagioni. Le mansioni lunari si sovrapposero a questa antica conoscenza popolare. Molti nomi rimandano a stelle ben note: al-Thurayya indica le Pleiadi, al-Dabaran la stella che ancora oggi chiamiamo Aldebaran, al-Sharatain le due stelle delle corna dell'Ariete.

Gli astronomi del mondo islamico, tra il IX e l'XI secolo, diedero alla tradizione una forma matematica, dividendo lo zodiaco in ventotto parti uguali di circa dodici gradi e cinquantuno primi ciascuna. Al-Biruni, nella sua opera sull'India, confrontò le dimore arabe con i nakshatra indiani, notando somiglianze e differenze. Nel frattempo i filologi e i lessicografi che scrivevano sugli anwa' conservavano il lato poetico e agricolo delle antiche stelle del deserto.

Il Picatrix e l'Occidente latino

In Europa le mansioni si diffusero soprattutto attraverso il Ghayat al-hakim, «Lo scopo del saggio», un vasto trattato di magia astrale composto in arabo probabilmente nell'XI secolo e tradotto alla corte di Alfonso X di Castiglia, prima in castigliano e poi in latino, con il titolo di Picatrix. Vi si attribuiva a ciascuna mansione un carattere favorevole o sfavorevole per diversi tipi di imprese, insieme a immagini da incidere su talismani.

Nel Rinascimento Cornelio Agrippa riprese l'elenco nel secondo libro del De occulta philosophia, pubblicato nella versione completa nel 1533, e l'interesse per le mansioni passò ai trattati di astrologia elettiva. Il nome stesso di Picatrix, di origine incerta, divenne quasi sinonimo di sapere proibito. Queste fonti non insegnano l'astronomia della Luna, ma mostrano come l'Europa abbia accolto e trasformato un sapere nato tra i pastori e i mercanti d'Arabia.

Ventotto nomi tra cielo e lingua

Le mansioni conservano un piccolo tesoro linguistico. Al-Butain significa «il piccolo ventre», al-Haq'a «la macchia bianca» sulla testa di Orione, al-Jabha «la fronte» del Leone, al-Zubana «le chele» dello Scorpione, al-Qalb «il cuore», cioè la stella rossa Antares. Alcune delle stelle più luminose del nostro cielo devono il loro nome moderno proprio a queste denominazioni, giunte in Europa con le tavole astronomiche medievali e rimaste in uso fino a oggi.

Il numero ventotto, vicino alla durata del mese siderale, ebbe anche una fortuna simbolica. Era il numero delle lettere dell'alfabeto arabo, e alcuni autori misero in relazione le une con le altre, attribuendo a ogni lettera una dimora lunare. L'accostamento tra scrittura e cielo, attestato nella speculazione mistica, per esempio in Ibn Arabi tra XII e XIII secolo, mostra quanto la Luna fosse intesa come ordinatrice del tempo e perfino del linguaggio.

Le ventotto mansioni sono oggi un capitolo di storia culturale più che una tecnica. Raccontano la continuità tra la sapienza dei nomadi, l'astronomia di Baghdad e del Cairo, le corti iberiche e i dotti del Rinascimento, e ricordano che la Luna fu per secoli il primo calendario visibile a chiunque alzasse gli occhi verso il cielo notturno.