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Calendari lunari · Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Calende, None e Idi: le fasi della Luna nel mese romano

Perché i Romani contavano i giorni da Calende, None e Idi: il pontefice che chiamava il mese, la luna piena sacra a Giove e le calende greche di Augusto.

I Romani non numeravano i giorni del mese da uno a trenta come facciamo noi. Contavano all'indietro a partire da tre giorni fissi: le Calende, le None e le Idi. Un'espressione come il terzo giorno prima delle Idi di marzo indicava il 13 marzo, perché nel conteggio romano si includevano sia il giorno di partenza sia quello di arrivo. Dietro questo sistema, che a noi appare macchinoso, si nasconde la memoria di un antico mese lunare.

Il giorno in cui si chiamava il mese

Le Calende erano il primo giorno del mese e coincidevano in origine con la Luna nuova. Il nome, secondo Varrone e Macrobio, deriva dal verbo arcaico calare, chiamare: un pontefice minore osservava il cielo e, alla comparsa del primo crescente, convocava il popolo sul Campidoglio per annunciare quanti giorni mancassero alle None. Da kalendae deriva anche la nostra parola calendario, attraverso il latino calendarium, il registro dei debiti che scadevano alle Calende.

Macrobio aggiunge che il pontefice ripeteva la parola calo cinque o sette volte, a seconda che le None cadessero il quinto o il settimo giorno. Le Calende erano sacre a Giunone, invocata anche come Lucina, protettrice dei parti, e in quel giorno la regina sacrorum, moglie del re dei sacrifici, le offriva un sacrificio nella Regia, l'antica sede religiosa nel Foro.

None e Idi, primo quarto e luna piena

Le None cadevano il quinto giorno del mese, oppure il settimo a marzo, maggio, luglio e ottobre. Il nome significa nona, perché le None erano il nono giorno prima delle Idi secondo il conteggio inclusivo. In origine dovevano corrispondere al primo quarto di Luna, e secondo Varrone in quel giorno la gente di campagna si recava in città per conoscere dal re le feste del mese.

Le Idi cadevano il tredicesimo giorno, o il quindicesimo negli stessi quattro mesi, e segnavano in origine la luna piena. Erano sacre a Giove, al quale le fonti antiche ricordano che si offriva in quel giorno una pecora, detta ovis idulis. L'etimologia è incerta; già gli antichi la collegavano a un verbo etrusco che avrebbe significato dividere, perché le Idi spezzano il mese a metà.

Dalle Idi di marzo al Medioevo

Il sistema sopravvisse intatto alla riforma di Cesare, anche se il mese giuliano non aveva più alcun rapporto con le fasi lunari. Le Idi di marzo del 44 a.C., giorno dell'uccisione di Cesare, restano la data romana più celebre. Nell'anno arcaico, che iniziava a marzo, le Idi di quel mese erano in teoria la prima luna piena del nuovo anno, e coincidevano con la festa di Anna Perenna, divinità legata al rinnovarsi dell'anno.

Le cancellerie medievali, compresa quella papale, continuarono a datare i documenti con Calende, None e Idi per tutto il Medioevo e oltre. Nei calendari liturgici le colonne dei giorni riportavano accanto alla data romana le lettere domenicali e i numeri aurei che indicavano le lune nuove: la Luna, uscita dalla struttura del mese, rientrava così come strumento per il calcolo della Pasqua.

Ancora oggi l'eco di quel sistema si sente nella lingua. Calendario, Idi di marzo, rimandare qualcosa alle calende greche, cioè a un giorno che non arriverà mai, perché i Greci non avevano Calende: l'ultima espressione è attribuita da Svetonio ad Augusto, che la usava parlando di debitori poco affidabili. Parole nate per seguire la Luna continuano così a parlare di tempo, a oltre due millenni di distanza.