Il calendario di Romolo e di Numa: le origini lunari del tempo romano
L'anno di dieci mesi attribuito a Romolo, la riforma di Numa con Gennaio e Febbraio, il mese Mercedonio, i Fasti Antiates e la riforma di Cesare del 46 a.C.
Gli autori latini raccontano che il primo calendario di Roma fu opera di Romolo e contava soltanto dieci mesi. Si apriva con Martius, dedicato a Marte, e si chiudeva con December, il decimo. È un racconto da prendere con cautela, perché lo conosciamo da scrittori di molti secoli dopo, come Censorino e Macrobio. Ma i nomi dei mesi da September a December, che significano settimo, ottavo, nono e decimo, conservano ancora oggi la traccia di quell'antico ordine.
L'anno di dieci mesi
Secondo la tradizione, l'anno di Romolo durava 304 giorni, divisi in sei mesi di trenta giorni e quattro di trentuno: Martius, Maius, Quintilis e October erano i mesi lunghi. Il periodo invernale, tra la fine di December e il ritorno di Martius, sarebbe rimasto senza nome. Gli studiosi moderni discutono se questo calendario sia mai esistito in quella forma o se sia una ricostruzione erudita, ma l'idea di un inverno non contato non è ritenuta impossibile.
Ovidio, nei Fasti, scritti all'inizio dell'età imperiale, dà voce alla stessa tradizione con un verso ironico rivolto al fondatore: «tu, Romolo, conoscevi le armi più che le stelle». La battuta rivela come già i Romani dell'epoca augustea guardassero al loro primo calendario come a un sistema rudimentale, poi corretto da un re più sapiente e più attento alle cose del cielo.
La riforma di Numa
Al secondo re, Numa Pompilio, la tradizione attribuisce l'aggiunta di Ianuarius e Februarius e un anno di 355 giorni, molto vicino ai dodici mesi lunari. Secondo Macrobio, Numa scelse per i mesi durate dispari, ritenute più favorevoli; solo Februarius, mese delle purificazioni e dei defunti, ebbe ventotto giorni. Per tenere il passo con il Sole si inseriva periodicamente un mese intercalare, chiamato Mercedonius o semplicemente intercalaris.
La gestione dell'intercalazione spettava ai pontefici, che non sempre la applicavano con regolarità. Le fonti antiche li accusano di allungare o accorciare l'anno per favorire o danneggiare magistrati e appaltatori. Alla metà del I secolo a.C. il calendario era così sfasato che, come osserva Svetonio, le feste della mietitura non cadevano più d'estate né quelle della vendemmia in autunno.
Un calendario dipinto e la fine di un sistema
L'unico calendario romano anteriore alla riforma di Cesare giunto fino a noi sono i Fasti Antiates Maiores, dipinti su intonaco e ritrovati ad Anzio nel 1915. Risalgono al I secolo a.C. e mostrano un anno di 355 giorni con l'indicazione del mese intercalare, le lettere del ciclo di mercato di otto giorni, detto nundinale, e le sigle che distinguevano i giorni fasti, in cui si potevano trattare affari pubblici, da quelli nefasti.
Nel 46 a.C. Giulio Cesare, con l'aiuto dell'astronomo alessandrino Sosigene secondo Plinio il Vecchio, pose fine al sistema. Per riallineare il calendario quell'anno durò 445 giorni, e Macrobio lo ricorda come l'ultimo anno della confusione. Dal 45 a.C. Roma adottò un anno solare di 365 giorni con un giorno in più ogni quattro anni, e il legame tra mesi e Luna fu definitivamente spezzato.
Eppure la Luna non scomparve del tutto dal calendario romano. Le Calende, le None e le Idi, i tre giorni di riferimento con cui i Romani datavano ogni mese, erano in origine legati alle fasi lunari, e rimasero in uso per secoli, fino al Medioevo e oltre. Nel tempo civile dell'Occidente sopravvive così un'impalcatura nata per seguire la Luna.