La Luna nel De occulta philosophia di Cornelio Agrippa
Argento, perle, mansioni e il quadrato magico del nove: come Cornelio Agrippa descrisse la Luna nel De occulta philosophia, stampato completo nel 1533.
Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, nato a Colonia nel 1486 e morto nel 1535, fu medico, giurista, soldato e soprattutto autore del più celebre compendio di magia del Rinascimento, il De occulta philosophia libri tres. Una prima stesura circolava manoscritta già intorno al 1510; il primo libro fu stampato nel 1531 e l'opera completa uscì nel 1533. In questa vasta enciclopedia la Luna compare in moltissimi capitoli, come pianeta, come simbolo e come tramite di corrispondenze.
Un sistema di corrispondenze
Il primo libro, dedicato alla magia naturale, raccoglie le cose che la tradizione considerava «lunari»: l'argento, le pietre bianche e cangianti come la selenite e la perla, gli animali legati all'acqua e alla notte, le piante che seguono il ritmo del giorno e della notte o che crescono nei luoghi umidi. Agrippa attinge a Plinio il Vecchio, ad Alberto Magno, al Picatrix e a numerose fonti antiche e medievali, ordinandole in un sistema di simpatie e antipatie.
L'idea di fondo è che ogni cosa terrena partecipi della natura di un astro, e che queste affinità siano state impresse da Dio nella creazione. La Luna, secondo Agrippa, presiede all'umidità, alla crescita e al mutamento, e la sua influenza si manifesta nelle maree, nel ciclo delle acque e nelle fasi della vita vegetale. Sono idee che riprendono quasi alla lettera la fisica antica, filtrata dalla tradizione astrologica medievale e dal neoplatonismo di Ficino.
Il quadrato del nove
Nel secondo libro, dedicato alla magia matematica, Agrippa presenta i cosiddetti quadrati magici dei pianeti, tabelle di numeri disposti in modo che le somme di righe, colonne e diagonali siano sempre uguali. Alla Luna corrisponde il quadrato di ordine nove, il più grande della serie, composto da ottantuno caselle: ogni riga somma 369 e il totale di tutti i numeri è 3321. A Saturno spetta il quadrato più piccolo, di ordine tre.
La scelta del nove per la Luna rispetta l'ordine delle sfere: Saturno, il pianeta più lontano, riceve il tre, poi Giove il quattro, Marte il cinque, il Sole il sei, Venere il sette, Mercurio l'otto e infine la Luna, la più vicina alla Terra, il nove. I quadrati magici erano noti da secoli nella matematica araba e indiana; quello di Giove compare già nella celebre incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, datata 1514.
Mansioni, immagini e contraddizioni
Lo stesso secondo libro contiene l'elenco delle ventotto mansioni lunari, con i loro nomi arabi e le proprietà attribuite a ciascuna, e una serie di immagini astrologiche ereditate dalla tradizione medievale. Agrippa riprende anche il tema della Luna come tramite del mondo inferiore, che raccoglie gli influssi dei pianeti e li trasmette alla materia. Il terzo libro, dedicato alla magia cerimoniale, colloca questi elementi in un discorso più ampio sulla religione e sulla purificazione dell'anima.
L'opera ebbe un destino singolare. Nel 1530 Agrippa aveva pubblicato il De incertitudine et vanitate scientiarum, in cui criticava duramente tutte le scienze, compresa la magia. Questa contraddizione, ancora discussa dagli studiosi, ha alimentato la sua leggenda di mago inquieto, che sopravvisse a lungo nella letteratura europea. Il cosiddetto Quarto libro della filosofia occulta, a lui attribuito dopo la morte, è considerato un falso già dal suo allievo Johann Weyer.
Il De occulta philosophia è oggi una fonte indispensabile per capire la cultura magica del Rinascimento. Le sue pagine sulla Luna mostrano come un intellettuale del Cinquecento cercasse di unire in un solo sistema la fisica antica, la matematica, l'astrologia e la teologia, costruendo un cosmo in cui ogni cosa, dall'argento alla perla fino al numero nove, rimandava al pallido astro notturno.